tersaTeresa Satriano

San Giuseppe

 

 

Prefazione.

Quando i Carmelitani fuggendo dalla persecuzione d’Oriente, si rifugiano in occidente, portano la festa di S. Giuseppe.
La devozione a S. Giuseppe riviveva fin dalla venuta dei carmelitani in Europa, a livello d’Ordine appare nella seconda metà del XV sec. Nel 1680 il capitolo generale eleggeva all’unanimità S. Giuseppe a protettore e primario dell’Ordine.
I carmelitani nella Chiesa latina composero un ufficio interamente proprio in onore di S. Giuseppe. In questa festività si cantava e celebrava la verginità di Giuseppe, al quale Dio affidò la verginità della Madre del suo Figlio, e con il quale la sposa, per celare al diavolo il mistero dell’Incarnazione, e perché fosse testimone e custode della verginità di Maria, difendendola da ogni sospetto d’infamia.
La figura di S. Giuseppe, risaltata da San Matteo rimase nell’ombra durante i primi secoli della sua esistenza, come nell’ombra fu  sempre con Lui: il Santo del silenzio.
Il beato Giovanni XXIII affida il Concilio a Giuseppe nell’esortazione apostolica “Humanae Salutis”. Non sono molte le parole su San Giuseppe, nel Vangelo, che è l’anima e la fonte dell’autentica e vera teologia, sono pero più che sufficienti per tracciare una scheda teologica del Santo, in cui si racchiudono il suo ruolo nella storia della salvezza e le sue virtù e grandezza.

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  1. Colui che credette (p. Giuseppe Bifaro).
    Chi era Giuseppe.

Iniziando il suo racconto, l’autore sottolinea che niente accade nel tempo senza che Dio lo abbia previsto e preordinato.
Ciò che accade nel tempo è chiamato “Divina Provvidenza”, gli avvenimenti che dipendono dalle creature dotate di libero arbitrio, qual è l’uomo, è detta con il termine cristiano “Predestinazione”. Sia l’una che l’altra sono, espressione dell’infinita carità di Dio verso l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza.
L’uomo è stato destinato, sulla terra a una vita di grazia e a quella di gloria nel Paradiso, dove secondo San Paolo lo vedremo “faccia a faccia e non in maniera confusa come in uno specchio”.
Questo fine meraviglioso a cui è destinato l’uomo e la creazione, Dio lo volle attuare attraverso il mistero dell’Incarnazione, dove nella presenza del Verbo Incarnato, Egli congiunge il  cielo con la terra, l’infinito col finito, il divino con l’umano. Questo viene affermato anche nel prologo di San Giovanni “In principio era il Verbo…Tutte le cose furono create per mezzo di Lui e in vista di Lui”.
Il primo oggetto della predestinazione fu “ il Cristo fisico” vissuto sulla terra in mezzo a noi, assieme ad esso c’è anche il Cristo mistico “la Chiesa” che siamo noi.
Noi insieme a Gesù formiamo il “Cristo totale”, come afferma S. Paolo “Siete tutti uno solo in Cristo Gesù”.
Dio volle che gli strumenti principali dell’Incarnazione fossero Maria e Giuseppe.

 

Figure e simboli.

Tutti gli avvenimenti contenuti nell’A.T. sono anticipatori della venuta del Messia. Dal peccato commesso dai nostri progenitori, si avvia la promessa da parte di Dio di chi doveva restaurare la caduta dello stato di Grazia che si era abbattuta sull’intera umanità.
Qui viene profetizzata la figura di Maria nuova Eva e di tutte le donne che opereranno alla realizzazione di questa promessa: Eva, Sara, Rebecca, Ruth, Giuditta, Ester.
Ne furono simbolo Noè, la scala di Giacobbe, il roveto ardente di Mosè, il vello di Gedeone.
Le figure di Gesù furono Adamo, Abele (il giusto), Noè (da cui nasce la nuova umanità), Melchisedek (Sommo Sacerdote), Isacco, Mosè, David, Salomone. Ci sono anche simboli che lo preannunciano: la manna nel deserto, il serpente di bronzo immolato da Mosè nel deserto (Gesù innalzato sulla croce sarà salvezza per tutti coloro che avvelenati dal morso del male , guarderanno a Lui e lo pregheranno), l’agnello Pasquale, l’arca nel Tempio.
Per questa incarnazione nel seno di Maria non si poteva non tener presente San Giuseppe, predestinato ad occupare un posto tanto eminente in quel Mistero.
I Padri della Chiesa ci aiutano a intravedere dei simboli nell’ A.T. anche di Giuseppe. Lo vedono raffigurato nel Patriarca Giacobbe.
Infatti nel capitolo di Nona della festa di San Giuseppe il 19 marzo, si applicano a lui le seguenti parole del libro della Sapienza: “La sapienza guidò il Giusto (Giacobbe) per sentieri diritti, allorchè fuggiva l’ira del proprio fratello, che lo voleva uccidere “La fede nella promessa di Dio e la forza nella lotta con l’Angelo, furono simbolo della fede e della fortezza di Giuseppe. Anche nella figura di Mosè, come si legge nell’Ecclesiastico, “Mosè fu amato da Dio e dagli uomini e la sua memoria è in benedizione”. E chi meglio di San Giuseppe fu amato allo stesso modo?
Sua figura può essere l’Angelo messo a custodia del paradiso, dopo la caduta nel peccato; nella figura di Noè che dopo il diluvio introduce nell’arca la colomba (Maria), o nel Velo che copriva l’arca del Testamento (Maria) che conteneva il vero Santo dei Santi (Gesù Cristo).
Come nell’A.T. i personaggi più illustri vengono chiamati “patriarchi” lo stesso fu dato a S. Giuseppe nella cui persona si realizza la promessa fatta agli antichi patriarchi.
Leone XIII sull’insegnamento degli antichi  Padri della Chiesa afferma che a prefigurare la figura di San Giuseppe fu Giuseppe figlio del patriarca Giacobbe.
Infatti ambedue hanno il padre con il medesimo nome; quello Neotestamentario è “prediletto” fra tutti gli altri fratelli, il secondo fra tutti gli uomini perché lo Sposo della madre del figlio di Dio.
Il primo fu venduto a dei mercanti che si recavano in Egitto dai fratelli invidiosi, il secondo per invidia di Erode subì lo stesso esilio. Inoltre il primo fu fedele e puro nei confronti del Faraone, il secondo più del primo si distinse nella pratica della castità, purezza nella fedeltà assoluta a Dio.
Il primo, prevedendo la carestia riempì i granai d’Egitto affinchè al bisogno fossero messi a disposizione di tutti, così S. Giuseppe conservò, custodì e difese Gesù “pane vivo disceso dal cielo” per darlo all’intera umanità. Come il Faraone nominò Giuseppe vice re, Pio IX proclama San Giuseppe Patrono della Chiesa universale.
 

La preistoria di San Giuseppe.

 
I Vangeli accennano appena a Giuseppe, qualcosa in più ci dicono su Maria, perché gli evangelisti hanno incentrato la loro attenzione al Verbo che si fa carne, alla sua figura di Redentore e Salvatore. Comunque dai Vangeli possiamo ricavare che Giuseppe, come comunemente si pensa, andò in sposo a Maria verso i trent’anni; esso probabilmente nacque verso il 717 di Roma. Sia Nazareth, Betlemme e Gerusalemme ne vantano i natali. La maggior parte degli scrittori protendono per Nazareth dove Maria ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, da questo luogo l’appellativo dato a Gesù il Nazareno e dal Vangelo esso è la patria della Santa Famiglia. Ciò però non esclude che sia stato oriundo di Betlemme, patria del re Davide, suo antenato e dove si reca prima della nascita di Gesù per il censimento voluto dall’imperatore Cesare Augusto. Non sappiamo chi erano i genitori di Giuseppe. Dal Vangelo di Lc cap.3,23 “Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli….” Mt nel cap. 1,16 riferisce la genealogia:  ”…Giacobbe generò Giuseppe lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato il Cristo”. Facendo discendere Giuseppe uno da Eli e Uno da Giacobbe, non si contraddicono; la spiegazione può essere questa: Dalla vita nomade nasceva la consuetudine che affinchè i beni di una persona morta rimanessero nella stessa famiglia, per garantirne maggiore prosperità, la vedova ne sposava un membro della stessa parentela. Se non aveva avuto figli dal marito defunto e ne aveva con il nuovo marito, questo era il primo e era considerato figlio naturale del vivo e legale del morto, al quale succedeva nei diritti e nell’eredità. Quindi sembra che San Giuseppe fosse stato figlio naturale di Giacobbe e figlio legale di Eli. Dagli Evangelisti sappiamo che era discendente da una serie di re che si riallacciavano a Davide, infatti i Profeti lo avevano annunziato “germe di Davide” e i Giudei lo chiamano “Figlio di Davide”. Nell’ottavo giorno della sua nascita, gli fu imposto il nome di Giuseppe che significa “accrescimento”. Non sappiamo niente della sua infanzia e poco sul suo mestiere.

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Dai vangeli apocrifi ad oggi

Di Giuseppe ci parlano i vangeli apocrifi.
Giuseppe in età avanzata si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, richiamati da alcuni banditori provenienti da Gerusalemme. Infatti, il sacerdote Zaccaria aveva ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, allora dodicenne, che era vissuta nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso poi ne avrebbe fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto. Zaccaria, entrato nel tempio chiese responso nella preghiera, poi restituì il bastone ai legittimi proprietari: l’ultimo era quello di Giuseppe che era in fiore e da esso ne uscì una colomba che si posò sul suo capo. Giuseppe si difese facendo notare la sua differenza di età, ma il sacerdote lo ammonì a non disubbidire alla volontà di Dio. Allora questi, pieno di timore, prese Maria in custodia nella propria casa.
Il matrimonio tra Giuseppe con Maria e la conseguente legittimazione della sua paternità all’interno della famiglia sono orientati verso Gesù che ha voluto inserirsi nel mondo in modo “ordinato”. Origene definisce Giuseppe come “l’ordinatore della nascita del Signore”. Il suo matrimonio onora la maternità di Maria e garantisce a Gesù l’inserimento nella genealogia di Davide.
Giuseppe diviene “padre putativo” cioè “che era creduto” suo padre (Lc 3,23). Che lavoro faceva Giuseppe.? In Mt 13,55 la professione di Giuseppe viene nominata quando si dice che Gesù era figlio di un “tektòn”. Esso è stato interpretato in vari modi. Si tratta di un titolo generico che veniva usato per operatori impegnati in attività economiche legate all’edilizia, dunque in senso stretto non doveva appartenere a una famiglia povera, non si limitava a semplici lavori di un falegname ma esercitava piuttosto un mestiere con materiale pesante, che manteneva la durezza anche durante la lavorazione. Gesù stesso praticò questo mestiere come ci riferisce Mc che è il primo ad usare questo titolo quando in occasione di una visita a Nazareth, i concittadini ironicamente si chiedono “Non è costui il tektòn, il figlio di Maria? Mt ne riprende il racconto fatto da questo evangelista ma con una variazione: Non è egli (Gesù) il figlio di tektòn?” Qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione. I Padri latini della Chiesa hanno tradotto il termine greco di tektòn con falegname, dimenticando che anticamente in Israele il legno non serviva soltanto per la costruzione di aratri, vomeri, ecc., ma veniva usato come vero materiale per costruire case e qualsiasi edificio. I tetti erano allestiti con travi unite tra loro con rami, argilla, fango e terra pressata, tant’è che il Salmo 129 descrive come sui tetti crescesse l’erba.
L’8 dicembre 1870 Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale dichiarando esplicitamente la sua superiorità su tutti i santi, secondo solo a quello della Madonna. Papa Leone XIII scrisse la propria enciclica interamente riguardante il santo: la Quamquam pluries del 15 agosto 1889.
 Il 26 ottobre 1921, Benedetto XV estese la festa della Sacra Famiglia a tutta la Chiesa. Il beato Giovanni Paolo II in una sua esortazione afferma che nella Santa Famiglia “Giuseppe è il padre: non è la sua paternità derivante dalla generazione; eppure essa non è “apparente” o soltanto “sostitutiva”, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna della famiglia. Ciò comporta che con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente, quell’amore che ha la sua sorgente nel Padre.

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La presenza di Giuseppe nella vita di Maria e Gesù.

La Chiesa celebra liturgicamente la ricorrenza dell’annunciazione il 25 marzo, ossia 9 mesi prima della nascita di N.S. Gesù Cristo (ma sappiamo che la celebrazione della sua nascita a dicembre è puramente casuale perché non si sa il mese della sua nascita). Sappiamo che Maria riceve l’annuncio dell’Arcangelo a Nazareth, che era promessa sposa di Giuseppe, quindi ancora lei e Giuseppe non vivevano insieme come ci dice l’evangelista Mt. Questo particolare lo ricaviamo anche dalle parole che Giuseppe riceve dall’angelo: “Non temere prendere Maria come tua sposa…”.  
Dopo l’annuncio dell’Arcangelo e la comunicazione che anche sua cugina Elisabetta, benchè al di là degli anni, aspettava un bambino, Maria si mette in viaggio per il villaggio di Ain-Karim a circa 7 Km a sud-ovest di Gerusalemme. Dal racconto dell’Evangelista, non viene riportato come Maria sia giunta lì, se con una carovana, se o parenti o amici l’abbiano accompagnata in questo viaggio così lungo e per luoghi montagnosi e solitari. Di fatto sappiamo che Giuseppe non era con Lei, perché se l’avesse accompagnata, quando Elisabetta saluta Maria dicendo “Benedetta Tu fra tutte le donne e benedetto il frutto del tuo seno…la Madre del mio Signore venga a me?...”, egli avrebbe compreso e non avrebbe avuto più motivo del suo turbamento dinanzi ai primi segni della gravidanza di Maria.
Matteo, che possiamo dire è l’evangelista di S. Giuseppe, ci fa sapere che Giuseppe conosceva l’illibata purezza di Maria, però non poteva rimanere meravigliato e sorpreso. E’ l’inspiegabilità di questo mistero che lo angosciava e tormentava. San Giovanni Crisostomo a proposito dice: “…Coi suoi occhi vedeva la concezione e con tutto ciò non ardiva sospettarla di peccato. Gli sembrava che fosse più possibile che una vergine potesse concepire restando vergine e non che Maria potesse aver peccato”.
Egli è “giusto”, non può accettare Maria in quelle condizioni a casa sua. Non doveva però esporre Maria al disonore dandole un pubblico ripudio per rischiare di essere condannata secondo la Legge. Non aveva dubbi sulla fedeltà di Maria. Quindi pensò di prendere la decisione più giusta. Rimandarla con la massima segretezza a casa. Ma poi quella notte, mentre Giuseppe dormiva tormentato, un Angelo gli appare in sogno e lo rassicura: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere Maria con te. Colui che è in Lei è stato concepito per opera dello Spirito Santo…
 Questo è accaduto secondo quanto il Signore ha rivelato attraverso il suo Profeta: Ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio, che sarà chiamato Emanuele, ossia Dio con noi”. Dio ha permesso questo suo travaglio, perché Giuseppe potesse dare a noi la prova più convincente del  concepimento soprannaturale e Verginale di Maria.   

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Le nozze verginali di San Giuseppe.

Dopo la rivelazione dell’Angelo a Giuseppe, in lui oltre che l’affetto e la stima che aveva per Maria, si aggiunge la venerazione e la lode. Anch’Egli con commozione cantò al Signore il suo Magnificat per essere stato prescelto come lo Sposo della Sposa dello stesso SS. E come Padre verginale dello stesso Figlio di Dio. Così sposa Maria. Bossuet commenta così l’unione tra loro due: “…Parmi di vedere due astri che non entrano in congiunzione che per la loro luce che si comunicano e che si uniscono assieme”. L’autore dice: “Giuseppe si accosta a Maria con la fede e con l’amore con cui ci si avvicina all’altare e Maria si affianca a Giuseppe contemplando in lui “il giusto”, l’Angelo che custodirà e proteggerà la sua purezza. Come tutti i genitori, preparano sicuramente l’occorrente per la nascita di questo Figlio. Ma l’imperatore di Roma promulga l’editto che ordinava il censimento che serviva a verificare le ricchezze dell’immenso impero e ne facilitava l’imposizione delle tasse. Giuseppe, secondo l’uso ebraico, dovette recarsi a Betlemme perché la sua discendenza aveva lì la sua origine. Così si adempiva la profezia di Miche “E tu Betlemme, terra di Efrata, non sei il più piccolo dei capoluoghi di Giuda, da te uscirà il Salvatore…”.
Quattro giorni di cammino, Betlemme per l’occasione era piena di forestieri e non c’era posto da nessuna parte, nemmeno presso parenti che probabilmente avevano là. Trovano posto in una delle grotte di cui era piena Betlemme, che i pastori usavano per le greggi, i contadini per riporvi gli attrezzi per la campagna. E qui, che secondo San Luca nacque il Figlio di Dio che fu deposto in una mangiatoia. E qui che lo trovano per adorarlo i pastori.

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Il rito della circoncisione.

Otto giorni dopo la nascita, come prescrive la legge, ci fu il rito della circoncisione, in quell’occasione viene imposto il nome al bambino da parte del padre. Questo rito era stato istituito da Dio con Abram, quando gli cambiò il nome in Abramo (padre di molte genti). Con la circoncisione il bambino entra a far parte del popolo eletto e si sottomette all’osservanza della Legge. Qualunque giudeo poteva compiere questo rito, purché alla presenza di dieci testimoni, con una formula speciale di preghiera.
Se Gesù ricevette la circoncisione nella propria casa o sinagoga, se a praticarla fu Giuseppe o altri, questo non lo sappiamo. Con questo rito Gesù si volle inserire nell’elenco dei peccatori in quanto uomo, perché questo significa il rimedio ordinario del peccato originale, e come tale era il simbolo del futuro battesimo. Giuseppe gli impose il nome, come gli aveva annunziato  l’Angelo, Gesù.
Gesù significa Salvatore. Egli avrebbe liberato gli uomini dalla schiavitù del demonio e del peccato, fondando un regno Spirituale ed eterno.
Dopo i pastori vennero a far visita a Gesù anche dei personaggi provenienti probabilmente dalla Persia. Giuseppe aveva trovato nel frattempo un posto più dignitoso di una stalla perché l’evangelista Luca nel narrare l’incontro, non accenna più ad una mangiatoia ma ad una casa “…Ed entrati nella casa trovarono il Bambino con Maria, sua madre; e prostratisi lo adorarono…”. Non parla della presenza di Giuseppe, però essendo il capo e il custode della Famiglia forse è stato il primo ad accoglierli e condurli da Maria e il Bambino.
(Non si sa se erano in tre e come si chiamassero,   si presume che venissero dalla Persia, perché il termine mago era di origine Persiana.
Per i doni che portarono erano potenti e ricchi. Fecero un viaggio lungo  e pericoloso.)
Li guidò fino a Betlemme una stella (non sappiamo di che natura), ma in essa videro un segno straordinario. La stella li guidò come gli ebrei in fuga dall’Egitto verso il Mar Rosso furono guidati da una colonna di fuoco,(l’Antico Testamento si spiega nel N.T.). Quindi c’è l’incontro con Erode, che dopo aver parlato con loro, prepara la sua vendetta contro questo Re rivale. Ma i magi come sappiamo non diedero indicazioni. Giuseppe avvertito in sogno, da un Angelo, del pericolo che stava correndo il bambino, nella stessa notte prende Maria e il piccolo e fuggono in Egitto. Gesù sulla sua pelle sperimenta l’esilio, la persecuzione (come ancora avviene oggi sulle nostre coste), diventa a modo suo emigrante. L’Egitto era vicino alla Palestina e le strade erano percorse spesso da carovane. Sicuramente arrivati qui si sarà presentato al capo della sinagoga e questi gli avrà dato chiarimenti necessari per trovare un padrone, sotto il quale lavorare o poter aprire una bottega di artigiano. I Giudei in Egitto,  
avevano buone organizzazioni    professionali che davano lavoro ai corregionali. E qui che Gesù percorre le prime tappe dell’infanzia.
Quanto rimasero in esilio in Egitto non si sa. Erode morì e la notizia sicuramente raggiunse l’Egitto, sicuramente Giuseppe l’avrà saputo da qualche carovana di compatrioti provenienti dalla Palestina e cominciò a porsi la domanda se era il momento di ritornare in patria.
Si affidò anche in questo caso nelle mani di Dio mediante la preghiera. Gli riappare l’Angelo in sogno che lo sollecita a fare ritorno nella terra d’Israele perché chi voleva la morte del bambino era morto.
In patria viene a sapere che la Giudea era nelle mani di Archelao, figlio di Erode. Giuseppe forse voleva stabilirsi a Betlemme come i suoi antenati, ma Betlemme come Gerusalemme si trovavano in Giudea, e Archelao era più crudele del padre, quindi il bambino poteva correre di nuovo pericolo. Decise di ritornare a Nazareth governata da Erode Antipa, altro figlio di Erode, però molto più pacifico come carattere. Così si compie la profezia che il Messia per quella dimora sarebbe stato chiamato “Nazareno”.

 

Nazareth

Giuseppe riprende il suo lavoro nella sua bottega. Ritornano i vecchi clienti, egli lavora per sostenere la sua famiglia e con loro prega fervorosamente. Ma Giuseppe e Maria furono messi di nuovo alla prova. Secondo la legge, ogni ebreo che dimorava in Palestina, era obbligato tre volte l’anno (Pasqua, Pentecoste, Tabernacoli) a presentarsi al Tempio di Gerusalemme. Non era d’obbligo per le donne, ma dal Vangelo risulta che Maria accompagna Giuseppe (nonostante il lungo e faticoso viaggio) e Gesù.
Gesù ha dodici anni, a questa età con una particolare cerimonia, ogni fanciullo ebreo diventa “figlio della legge”, quindi questa volta ci va obbligato ad andare al tempio dalla Legge perché ormai ”uomo d’Israele”.
E qui che i genitori lo smarriscono, non si rimette in viaggio con la carovana per ritornare a Nazareth, ma rimane a Gerusalemme. Lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio, in una delle sale, in mezzo ai rabbini, ma non come un discepolo, ma come maestro.
Di ciò Maria e Giuseppe rimasero stupiti, non tanto per la sua sapienza che Gesù dimostrava, quanto per la prova manifesta della sua origine divina. Maria e Giuseppe dolcemente lo riprendono per la paura di non trovarlo, Egli risponde in un modo che loro non comprendono tutto il significato “…Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, non compresero la relazione che vi era tra il fermarsi al tempio e la volontà di Dio. L’evangelista dice che “ Gesù stava loro sottomesso e  cresceva in sapienza, età e grazia”. Cominciò a lavorare con Giuseppe nella sua bottega.

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Transito.

Secondo l’apocrifo “Storia di Giuseppe il falegname”, che descrive dettagliatamente il trapasso del santo, Giuseppe aveva ben centoundici anni quando morì, godendo sempre di un ottima salute e lavorando fino all’ultimo giorno. Avvertito da un angelo della prossima morte, si reca a Gerusalemme e al suo ritorno viene colpito dalla malattia che l’avrebbe ucciso. Stremato nel suo letto, sconvolto dai tormenti, è travagliato nella mente e solo la consolazione di Gesù riesce a calmarlo. Circondato dalla sposa, viene liberato dalla visione della morte e dell’oltretomba, scacciate subito da Gesù stesso. L’anima del Santo viene qui raccolta dagli arcangeli e condotta in Paradiso. Il suo corpo viene poi sepolto con tutti gli onori e alla presenza dell’intera Nazaret. Ancora oggi noi sappiamo dove si trovi la tomba del Santo nelle cronache dei pellegrini che visitano la Palestina si trovano alcune indicazioni circa il sepolcro di San Giuseppe. Due riguardano Nazaret e altre due Gerusalemme, nella valle del Cedron. Non esistono tuttavia, argomenti.
Grandi santi e teologi sono convinti che Giuseppe sia stato assunto in cielo al tempo della Risurrezione di Cristo. Così Francesco di Sales in un suo sermone: “Non dobbiamo per nulla dubitare che questo santo glorioso abbia un enorme credito nel Cielo, presso colui che l’ha favorito a tal punto da elevarlo davanti a Sé in corpo e anima. Cosa che è confermata dal fatto che non abbiamo reliquie del suo corpo sulla terra. Così che nessuno possa dubitare di questa verità. Come avrebbe potuto rifiutare questa grazia a Giuseppe Colui che gli era stato obbediente per tutto il tempo della sua vita?”. A tal proposito, papa Giovanni XXIII, nel maggio 1960, in occasione dell’omelia per la canonizzazione di Gregorio Barbarigo, ha mostrato la sua prudente adesione a quest’antica già credenza secondo cui Giuseppe, come anche Giovanni Battista, sarebbe risorto in corpo ed anima e salito con Gesù in Cielo all’Ascensione. Il riferimento biblico sarebbe in Matteo 27,52 “…e i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, entrarono nella Città santa e apparvero a molti”.   
Circa la morte di Giuseppe non abbiamo notizie. Chi pensa che sia morto dopo lo smarrimento di Gesù nel tempio, chi all’inizio della sua vita pubblica, altri dopo che Gesù chiamò a sé gli Apostoli, altri dopo la Risurrezione. Dai Vangeli possiamo ricavare queste conclusioni:

  1. Non è morto dopo lo smarrimento di Gesù al tempio, perché Gesù era ancora adolescente e assieme a Maria avevano bisogno del suo aiuto e sostentamento.
  2. Può essere morto prima o poco dopo l’inizio della sua vita pubblica, perché durante il primo miracolo operato da Lui alle  nozze di Cana, si nomina la presenza di Maria e dei discepoli non quella di Giuseppe. Se egli fosse stato in vita non poteva mancare a quella festa tutta di famiglia. Poi, quando Gesù predicava gli vennero a dire che non lontano c’erano sua Madre e i suoi parenti, non si nomina Giuseppe che se fosse stato in vita non sarebbe stato lontano da Maria. Questo anche perché la personalità di Gesù doveva crescere man mano nell’opinione dei fedeli e dei Discepoli. Era necessario che si abituassero a pensare che Cristo non aveva alcun Padre terreno, ma l’unico suo Padre era quello nei celi come afferma Pietro nella sua professione di fede “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente”.
  3. Se fosse morto dopo la Resurrezione di Gesù, non è concepibile che Giuseppe fosse stato in disparte, all’ombra durante la vita pubblica di Gesù. E poi sotto la croce sarebbe stato con Maria sua sposa, nostra corredentrice e Gesù non avrebbe affidato Maria a Giovanni

A conclusione possiamo dire che sulla terra non c’è stato un transito più pio, più santo. Ci saranno stati molti Angeli vicino a lui, ma certamente ci sono state le due più grandi e sante creature della terra e del cielo, Gesù e Maria. Lo ricorda anche la Chiesa nel giorno della sua festa nella liturgia, nella recita dell’inno delle Lodi. Egli passa dalla terra al “seno di Abramo”, nel limbo, luogo di riposo e di ogni naturale felicità, per annunziare ai Patriarchi e ai Profeti ed ai Giusti nell’A.T. l’imminente loro riscatto e liberazione.  

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