no fotoCaterina Gelardi

Il Padre misericordioso

 

 

 

“Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai. Il problema è che noi ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quell’amore di  misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti” (Papa Francesco Angelus, 17.3.2013)
La misericordia di Dio è stata al centro del primo Angelus di Papa Francesco, nella prima domenica che ha seguito la sua elezione: “Dio ci aspetta sempre, dice papa Francesco, è come il padre della parabola del foglio prodigo, che, vedendolo da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia con tenerezza, la tenerezza di Dio, senza una parola di rimprovero: è tornato! Dio sempre ci aspetta, non si stanca mai. Lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza, abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa”.
Anche io, un giorno, ho fatto esperienza della misericordia di Dio (che ha il volto concreto di Gesù) e d’ allora quante meraviglie ha compiuto in me il Signore!
Pertanto la proposta della nostra presidente Cettina Repaci: riflettere sull’opera “L’abbraccio benedicente,- meditazione sul ritorno del figlio prodigo” di Henri Nouwen, mi ha letteralmente coinvolta e spiritualmente arricchita.
L’autore, partendo dal dipinto di Rembrandt ( “Una finestra misteriosa attraverso la quale posso accedere al regno di Dio), offre una singolare e affascinante interpretazione della parabola evangelica: “Prima rifletterò sul figlio minore, poi sul figlio maggiore, infine sul padre. Poichè, in realtà, io sono il figlio più giovane, sono il figlio maggiore e sto per diventare il padre”.
La parabola del padre e dei suoi due figli è senza dubbio la pagina più luminosa del volto del Padre: è la presentazione di come Dio si pone di fronte ai due figli, il peccatore e il giusto, e i due figli di fronte a Lui.
Il capitolo 15 del Vangelo di Luca si apre con queste parole rivolte a coloro che ritenevano di essere giusti: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli ( una famiglia formata da due fratelli e da un solo padre; Uno solo è il Padre vostro, quello dei cieli e voi siete tutti fratelli (Mt 23,9)). Il più giovane disse al padre: Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”.
E’ una sorpresa che il figlio “pretenda”, ma è anche una sorpresa che il padre non si opponga (“sono amato a tal punto che mi lascia libero di andarmene da casa, e continua ad attendermi sempre con le braccia tese”). A volte la prodigalità di Dio ci scandalizza. Quante volte ci siamo scandalizzate perchè Dio non è intervenuto, perchè non ha impedito quella strage d’innocenti. Le ragioni del figlio prodigo “riflettono” la ribellione originale di Adamo: l’ombra di Dio sembra opprimere l’uomo: “Conoscerete il bene e il male....... diventerete come Dio (Gen 3,4).”
“Partì per un paese lontano”. Quel figlio vuole vivere, ma lo fa percorrendo una strada sbagliata, troncando le radici della sua esistenza (“partì per un paese lontano”, rifiuta suo padre, la sua famiglia,la sua terra,il suo passato). Si è allontanato perchè considera la casa paterna come una prigione ed è diventato “altro” da quello che era. (Più tardi suo padre dirà di lui: “Questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita”). “Sperperò le sue sostanze, vivendo da dissoluto”. Le sue sostanze non solo solo le cose che aveva ma la sua condizione di figlio, la sua dignità, il rispetto di se stesso.
Il degrado viene descritto nelle righe seguenti: “In quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci (per un ebreo questo indicava una condizione sub umana). Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame. Mi leverò ed andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”.
 Con “queste parole nel cuore, sottolinea Nouwen, è finalmente capace di lasciare il paese straniero e tornare a casa”.
Questa parabola ha come scopo quello di raccontarci “come si comporta Dio con coloro che sbagliano”. Dio è il “Padre”, ciascuno di noi, figlio (maggiore o minore). Anche se il figlio minore si è allontanato, il padre continua ad amarlo e ad attenderlo, e quando torna, non lo rimprovera, nè bada alle sue parole: “Ora è tornato”. Per questo Padre nulla è cambiato: è questo il volto di Dio che Gesù ha inteso rivelarci con l’accoglienza dei peccatori. Questo figlio non conosce suo Padre, nè quando si allontana da lui, nè quando decide di tornare. Il Padre è molto diverso da come il figlio immaginava. Capire finalmente il Padre, è il vero ritorno, la vera conversione.
“Dio sempre ci perdona, dice papa Francesco; non è impaziente come noi che vogliamo tutto e subito, è paziente con noi perchè ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare. Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza. La pazienza di Dio, afferma ancora papa Francesco, deve  trovare in noi il coraggio di tornare a lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita”.
Ricevere il perdono, sostiene Nouwen, esige la volontà totale di lasciare che “Dio sia Dio e compia il rinnovamento e il risanamento del figlio ritrovato”.
“Osservando di nuovo il figlio prodigo di Rembrandt, lo vedo ora in modo nuovo: Lo vedo come Gesù che ritorna da suo Padre: da mio Padre, dal suo Dio e dal mio Dio. Gesù è diventato il figlio prodigo per amor nostro. Ha lasciato la casa del Padre celeste, ha dato via tutto quello che aveva ed è tornato, attraverso la croce, alla casa di suo Padre.Tutto questo lo ha fatto come figlio obbediente, inviato sulla terra per riportare a casa tutti i figli perduti di Dio”.
Quando Gesù si presentò sulla scena religiosa della Palestina, fece qualcosa di inedito per la religione del suo tempo: Non minacciò castighi imminenti nè chiese paricolari atti penitenziali (come Giovanni Battista), ma annunciò qualcosa di straordinario: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1,15; Mt 3,2)”. In altre parole disse che Dio aveva preso l’iniziativa: si era schierato dalla parte dell’uomo nella lotta al peccato. A seguito di questo annuncio, Gesù (che era la garanzia di questa solidarietà di Dio con l’uomo) venne accusato di bestemmia per aver messo al centro di tutto non l’infedeltà dell’uomo ma la fedeltà di Dio nei contronti dei peccatori (egli stesso li accoglierà, mangerà con loro, ne parlerà con bontà in pubblico nelle sue parabole, dirà di essere venuto per loro).
Israele era convinto che il perdono si ottenesse con i riti, le preghiere e le opere di bene. Non aveva l’idea di una iniziativa gratuita di Dio. Fu il profeta Ezechiele che per primo annunciò l’iniziativa di Dio: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, vi darò un cuore di carne, porrò dentro di voi il mio spirito e vi farò vivere secondo i miei statuti (EZ,36,25)”.
Questa profezia finì per essere dimenticata e Israele continuò la ricerca della “purità legale” attraverso l’ossessiva osservanza dei precetti. Quando “il tempo arrivò”, la promessa di Dio assunse il volto di un uomo, Gesù di Nazareth. Nei suoi gesti e nelle sue parole scopriamo l’atteggiamento di Dio nei confronti del peccato
dell’uomo: il Padre ci attende, anche se siamo andati via dalla sua casa.
Il figlio maggiore non riesce a vedere la questione del fratello con gli occhi del Padre. Rifiuta di partecipare alla festa per il fratello perduto e ritrovato, ritenendola un’ingiustizia, un torto fatto alla sua obbedienza. (Quanti di noi, delusi e insoddisfatti, pur non sperperando il patrimonio, pur rimanendo in casa e lavorando assiduamente, cadono nella tentazione di dare importanza alla carriera, al successo, a quello che dicono gli altri; vivono il rapporto con il padre in modo superficiale, fiscale, come se fosse una relazione contabile, e non la relazione col Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo). Il padre cercò di far comprendere a questo suo figlio fedele, da sempre in casa e tuttavia così lontano da lui, tre cose: che non gli è stato tolto nulla di ciò che gli spetta (“Ciò che è mio è tuo”); che ha potuto sempre godere della tranquilla sicurezza di stare con lui (“tu sei sempre stato con me”); che il figlio ritrovato non è un estraneo, ma un fratello (“Tuo fratello era morto ed è tornato in vita”).
Una cosa accomuna entrambi i due fratelli: non hanno compreso il volto del Padre, perchè prigionieri del proprio orgoglio e della propria autosufficienza. (“Il mio cuore mi dice da parte tua: cercate il mio volto. Io cerco il tuo volto, o Signore. Non nascondermi il tuo volto (Salmo 26). “Cercare il volto” è cercare la sicurezza, il rifugio presso Colui che ci ama, nonostante le nostre infedeltà e le nostre incoerenze).
Come i figli della parabola evangelica, tutti noi abbiamo bisogno di sentire l’amore del Padre (“Non sono stato io a scegliere Dio, dice Noewn, ma è stato Dio a scegliere  me per primo. Questo è il grande mistero della nostra fede”), di convertirci, di cambiare il “cuore di pietra”, credendo senza riserve e condizioni alla gratuità e alla forza del perdono di Dio.
Abbiamo bisogno di far festa, perchè l’essere perdonati si trasforma in gioia, e allora il perdono diventa una festa.
Santa Teresa di Lisieux scrive nel manoscritto A: “Tornavo a confessarmi in tutte le feste ed era per me una festa ogni volta che mi confessavo”.
Liberandoci dal peso del peccato, il Signore ci dona l’occasione di ricominciare, ma ci rende capaci di contemplare, di stupirci davanti alla bellezza della verità ritrovata. Come la donna di Samaria, deposta la brocca, il Signore ci fa “correre in città” per annunciare alla gente l’incontro con Colui che è “la via, la verità, la vita”.
Si, è possibile cambiare perchè il Padre ci crede, il suo amore ricco di misericordia e di fedeltà (“Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perchè non può rinnegare se stesso” afferma San Paolo a Timoteo), non cessa mai di attendere e le sue braccia rimangono aperte nell’accoglienza festosa.
A Santa Faustina Kowaska Gesù ha promesso: “L’umanità non troverà pace finchè non si rivolgerà con fiducia alla mia misericordia........ Figlia mia, dì che sono l’amore e la misericordia in persona. Quando un’anima si avvicina a me con fiducia, la riempio di una tale quantità di grazia, che essa non può contenerla in sè e la irradia sulle altre anime”.
E’ possibile cambiare perchè il Padre misericordioso che ha condiviso il nostro niente (“Ti ho amato di un amore eterno; perciò ti ho attratto a me avendo compassione del tuo niente (Ger. 31,3),
è capace di chinarsi su ogni miseria e su ogni figlio prodigo, che viene così ritrovato e messo in grado di riscoprire la propria dignità.

 Il dipinto di Rembrant in cui il padre accoglie il figlio, non rivela nessun movimento esterno (nella parabola di Luca il padre corre incontro al figlio); l’autore ritrae il padre mentre riconosce il proprio figlio non con gli occhi del corpo, ma con l’occhio interiore del cuore.
Qui ciò che vedo, sostiene Nouwen, è un Dio presentato come madre, che raccoglie nel suo grembo colui che ha fatto a sua immagine. Gli occhi quasi ciechi, le mani diverse tra loro; la mano sinistra posata sulla schiena del figlio è forte e muscolosa; le dita sono aperte e coprono gran parte delle spalle del figlio prodigo. Quella mano sembra non soltanto toccare, ma anche, con la sua forza, sorreggere. La mano destra è raffinata, delicata, le dita sono ravvicinate ed hanno un aspetto elegante. La mano è posata sulle spalle del figlio, vuole accarezzare, calmare, offrire consolazione e conforto; il grande mantello rosso (guardando il mantello continua Nouwen, ricordo le parole di Gesù sull’amore materno di Dio: Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto”); il corpo ricurvo, tutti questi elementi richiamano l’amore materno di Dio.
Il “ritorno”, pur essendo l’evento dominante del dipinto, non è situato nel centro fisico della tela. Ha luogo sul lato sinistro del quadro, mentre il fratello maggiore, alto e impassibile, domina il lato destro; c’è un ampio spazio vuoto che separa il padre e il figlio maggiore. Il modo in cui il figlio maggiore è stato dipinto lo mostra molto simile al padre. Entrambi hanno la barba e indossano mantelli rossi sulle spalle. Questi elementi esterni suggeriscono come figlio e padre hanno molto in comune e ciò è sottolineato dalla luce sul figlio maggiore che in modo molto diretto collega il suo al volto luminoso del padre. Ma che differenza fra i due! Il padre si piega sul figlio che è tornatol Il figlio maggiore sta in piedi, irrigidito: Il mantello del padre è ampio e accogliente, quello del figlio cade giù rigido lungo il corpo. Le mani del padre sono stese e trovano colui che ritorna in un gesto di benedizione; quelle del figlio sono strette insieme e tenute vicino al petto.
C’è luce su entrambi i volti, la luce che emana dal volto del padre, fruisce per tutto il corpo; mentre la luce sul volto del figlio maggiore è fredda. La sua figura rimane nell’oscurità e le sue mani congiunte restano nell’ombra.
La parabola dipinta da Rembrant potrebbe essere chiamata “la parabola dei figli perduti”. Non si è perduto soltanto il figlio più giovane che se n’è andato da casa, ma anche quello che è rimasto. “Esteriormente faceva tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma interiormente si era allontanato da suo padre”.

 

 

 

 

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