no fotoCettina Repaci

Il Carmelo in Terra Santa

Il carisma del Carmelo alla luce della "Vitae Formula" tracciata da S. Alberto

 

Oggi cominciamo a parlare del tema che il nostro consiglio provinciale ha scelto per questo anno pastorale e cioè la Regola carmelitana. E’ vero che già tante volte abbiamo affrontato la lettura della Regola, ne abbiamo commentato, nel corso degli anni, i punti più importanti; ma è bene rinfrescare i nostri ricordi, anche perché, come è stato giustamente fatto rilevare, il cammino di formazione non finisce mai, il fatto di avere già ricevuto lo scapolare non ci deve far pensare che sono finiti i nostri impegni nei confronti del cammino intrapreso.
Non solo; ritengo sia molto importante che, durante questo anno di studio della Regola, ognuno di noi approfitti per riflettere e chiedersi se il proprio modo di vivere, i propri comportamenti sono conformi alla nostra professione di carmelitani e a quanto la Regola ci impone, e, soprattutto, quanto e se siamo cambiati nel nostro cuore, nei rapporti e nel servizio agli altri, da quando abbiamo deciso di rispondere alla chiamata del Signore.
Mi sembra opportuno riprendere la storia della Regola carmelitana e dell’Ordine fin dalle sue origini in Terra Santa.
Sono tanti i modi con cui viene definito il monte Carmelo: Intanto la parola stessa, in greco Karmel, significa giardino, frutteto, come dire un luogo di delizie. E’ poi ricordato come la santamontagna del Carmelo; il monte della bellezza; la montagna della contemplazione; Un monte, giardino di Dio; la montagna della gelosia e della decisione.
E’ evidente che ogni definizione è da rapportare ad un avvenimento particolare che ha avuto come sua sede il Carmelo; e ancora prima, ai riferimenti sul Carmelo che, nella Bibbia, sono numerosi. In essa lo troviamo definito, per esempio, il monte della bellezza.
Pensate al Cantico dei cantici (cap. 7 n.6) che frequentemente si serve di elementi geografici per descrivere la bellezza della sposa.  Dice l’anonimo poeta  (alcuni pensano a Salomone, altri a un poeta del IV secolo a.C. che utilizza alcuni versi del re Salomone): “IL tuo capo si erge su di te come il Carmelo” che è interpretato così: I capelli della sposa sono simili alle foreste verdeggianti presenti sul monte Carmelo. Un altro riferimento troviamo in Isaia cap.35(15-20), in cui il profeta, per sollecitare gli Israeliti alla conversione, promette loro in cambio quasi un ritorno al paradiso terrestre: “Il deserto diventerà un Carmelo e il Carmelo diventerà una foresta. Il diritto dominerà nel deserto e la giustizia dimorerà nel Carmelo”, dove il Carmelo è sinonimo di giardino, di luogo lussureggiante, pieno di pace e di felicità. E ancora in Isaia, sempre al cap. 35, nel rincuorare gli Israeliti e descrivere la gloria di Gerusalemme ritrovata, così bella che diventa quasi un riflesso della gloria di Dio, egli dice: Si rallegrino il deserto e la terra arida; le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo.
Altri profeti, per parlare dell’infedeltà a Dio, ricorrono a motivi contrapposti e parlano della distruzione della santa montagna:  Brian e il Carmelo inaridiscono, anche il fiore del Libano inaridisce. ( il Brian è un corso d’acqua di Israele). Il profeta Geremia, nel ricordare il fidanzamento di Dio con il suo popolo e il dono della terra promessa, si esprime così: Io vi ho condotto nella terra del Carmelo (terra di delizie) perchè ne mangiaste i frutti.
Così il termine Carmelo è  divenuto sinonimo e simbolo di bellezza, alleanza, sponsalità. E a proposito di alleanza tra Dio e il suo popolo, non potete non ricordare l’episodio in cui, proprio sul monte Carmelo, il profeta Elia sfida i falsi profeti di Baal, e in cui Dio si manifesta sul Carmelo, nel fuoco che brucia gli altari e nella pioggia benefica che pone fine alla siccità.
E ancora, la montagna della contemplazione.
Già nei primi secoli del Cristianesimo, il Carmelo divenne uno dei luoghi preferiti da monaci ed eremiti che si ritiravano dal mondo “per incontrare Dio”, attraverso la preghiera e l’ascesi spirituale, attratti su questo monte dall’antica tradizione che considerava Elia profeta il fondatore di questo genere di vita monastica e che sul Carmelo aveva trascorso lunghissimi anni circondandosi di una nutrita comunità di giovani aspiranti profeti. E dopo di lui, anche i figli dei profeti, che abbiamo incontrato studiando i libri dei Re l’anno scorso, seguaci di Elia prima e di Eliseo dopo, erano rimasti a vivere sul monte.
Deve essere un’esperienza particolarmente appagante vivere in quella solitudine, circondati da tanta bellezza, in meditazione e contemplazione, se il Carmelo divenne nel tempo il luogo preferito da eremiti occidentali e orientali.
A proposito delle espressioni cui ho accennato prima: “I tuoi capelli sono belli come le foreste del Carmelo”, e ancora: “Ti è data la bellezza del Carmelo” che troviamo nel Cantico dei Cantici, in questa bellissima sposa venne spesso identificata la Vergine Maria e furono tante le leggende che fiorirono sui rapporti tra la Vergine e il Carmelo. Una delle più suggestive racconta che un angelo aveva trasportato un giorno Maria bambina dal tempio di Gerusalemme sul Carmelo e che Maria aveva scambiato questo posto per il Paradiso. L’angelo le aveva detto che quel luogo era solo l’immagine del Paradiso ma che lei, Maria, consacrandosi a Dio col voto di verginità, avrebbe potuto ricondurre in Paradiso tutta l’umanità. Maria ancora bambina, era rimasta lì tutta la notte in preghiera e contemplazione, pronunciando il suo voto al Signore. Poi l’angelo l’aveva riportata nel Tempio.
E naturalmente ricordate la nuvoletta che Elia, prostrato sul Carmelo in attesa di una risposta dal Signore, vede salire dal mare, gonfia di pioggia benefica, nella quale è  prefigurata la vergine Maria dispensatrice di grazie all’umanità. Altre leggende ancora narrano di frequenti visite sul Carmelo di Gioacchino e Anna, genitori di Maria, che portano la piccola Maria a visitare quei luoghi; pare anche che la santa famiglia di Nazareth avesse uno stretto rapporto con i figli dei profeti che abitavano sul Carmelo e che, al ritorno dal soggiorno in Egitto, dove si erano recati per sfuggire ad Erode, essi si siano fermati sul Carmelo e che la Vergine Maria abbia addirittura dormito nella cella che era stata di Elia. Così ancora, dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, Maria si recava spesso sul Carmelo, accompagnata da altre fanciulle per le quali fece poi costruire un monastero.
Tutte queste leggende naturalmente sono soltanto l’espressione del desiderio, certamente nato da un sentimento di affetto da parte dei primi carmelitani, di vedersi coinvolti col destino di colei che è vissuta accanto a Cristo Gesù e in piena comunione con Lui: cosa che i carmelitani tentano faticosamente di raggiungere, la piena comunione con Cristo. La devozione che i primi eremiti ebbero nei confronti della vergine Maria, fece sì che nel tempo  venisse chiamata Vergine del Carmelo e onorata col titolo di decor Carmeli, cioè bellezza del Carmelo. Da qui, il monte della bellezza, o meglio il monte di Maria.
Ma cerchiamo di riportare alla memoria anche il luogo geografico dove sorge il monte Carmelo.
Quello che comunemente viene chiamato monte Carmelo è in realtà una catena di colline e di vallate che si stacca dal sistema montuoso centrale della Palestina e da sud-est si protende verso nord-ovest per circa 30 km. di lunghezza e 16 di larghezza, terminando in un promontorio che domina il mare a sud della baia di Haifa, Si mantiene su un’altezza di circa 500 metri e segna il confine tra la Galilea e la Samaria. E’ possibile ancora oggi visitare grotte che si pensa siano state abitate in tempi preistorici, nascoste quasi tra la ricca vegetazione.
Il Carmelo divenne celebre a partire dal secolo IX a.c. come centro religioso dei fenici e degli israeliti e quale residenza del profeta Elia e dei suoi seguaci.
Spinti dal legame col profeta Elia, vi si stabilirono prestissimo comunità cristiane, e quando nel 1099, vi giunsero i crociati, trovarono già degli insediamenti di religiosi che si dicevano discepoli e successori del profeta Elia e seguivano la regola di san Basilio. Per inciso, San Basilio, che visse intorno al 300, morì nel 379, presenta la vita monastica come lo stato ideale per raggiungere la perfezione cristiana, ma volle anche che i suoi monaci conducessero una vita comunitaria, che fossero integrati con la Chiesa e inseriti nella comunità civile. I suoi monaci vivevano in vere e proprie cittadelle, e accanto alla scelta del silenzio e del raccoglimento, si dedicavano all’aiuto dei poveri, assistevano i malati, gli orfani. Univano insomma  alla preghiera che rinfranca lo spirito il lavoro manuale che rafforza il corpo. In Calabria l’ordine dei monaci basiliani ebbe un notevole sviluppo. 
Il movimento eremitico si sviluppò in maniera eccezionale durante i secc. 12 e 13, determinato da una precisa scelta di vita che impegnava a vivere nella terra di Gesù, in tutto e per tutto suoi servitores, fedeli alla sua Parola. Quelli che si dedicavano a questo genere di vita, troncavano naturalmente ogni tipo di rapporto e di legame con il resto del mondo, per dedicarsi all’ossequio e alla sequela di Cristo, conducendo una vita di penitenza, di povertà e di semplicità. Si ritiravano in luoghi solitari e deserti, spesso lontani dalla loro patria, a vivere segnati dalla “santa penitenza”. Alla base di questi movimenti che percorrevano tutta l’Europa e l’Asia, c’era naturalmente la contestazione delle strutture della vita religiosa del tempo, molte delle quali, dimentiche della povertà evangelica, vivevano nel lusso e nella ricerca del potere. La scelta della povertà, di seguire Cristo e il suo stile di vita, spinge gli eremiti a ritirarsi in luoghi solitari e deserti, spesso lontani dalla patria. In seguito alcuni abbandonavano questo tipo di vita per andare tra la gente a predicare la parola di Cristo, ad invitare a un ritorno alla povertà evangelica e a fare opera di conversione.
 Intorno al 1154, questi primi eremiti, che vivevano isolati, autonomi gli uni dagli altri, furono riuniti a vita monastica da un nobile francese, san Bertoldo. Così, in mezzo alle loro celle, questi eremiti edificarono una chiesetta e la dedicarono alla Vergine Maria, prendendo il nome di “Fratelli eremiti di santa Maria del Monte Carmelo”. Da quel momento in poi, altri crociati e pellegrini si unirono a loro per condurre una vita eremitica, imitando lo stile di vita del profeta Elia, rileggendolo in chiave cristiana.
Tra questi pellegrini con vocazione eremitica che si spostò in Terra santa, un gruppo, proveniente da occidente, latino e cattolico, (per distinguerli dai gruppi di eremiti greci e ortodossi che abitavano in quello stesso luogo), si stanziò sul Monte Carmelo, in un eremo, una prima forma di monastero, all’epoca in realtà un insieme di grotte, in cui scavi archeologici hanno evidenziato tre elementi architettonici: 1) la cella del priore, 2) le cellette degli eremiti, 3) un oratorio in mezzo alle celle. In questo stesso luogo pare sia stato costruito in seguito un monastero, forse perchè la costruzione esistente non era sufficiente a contenere le necessità di una comunità sempre in crescita.
Sono sempre gli scavi archeologici infatti che hanno portato alla luce i resti di un grande monastero oltre che quelli dell’eremo originario. Il luogo si chiama Wadi-es-Siah, e sorgeva iuxta fontem, vicino a una sorgente d’acqua, conosciuta come la fonte di Elia.
Si ritiene siano stati questi i primi carmelitani, insediatisi in questo luogo  dopo la terza crociata, tra il 1185 e il 1192.
Vi è un’ipotesi molto accattivante, anche se non ha trovato conferma nelle fonti antiche, ma siccome ci riguarda da vicino, ho pensato che era giusto che ve ne parlassi.
La Calabria, sapete, è stata  sempre, sin dall’antichità, molto ricca di comunità religiose, in gran parte provenienti dall’oriente. Fiorirono moltissimi monasteri, Seminara per es. è ricca di resti e di ricordi di insediamenti di monaci basiliani, ma vi ricordo anche san Fantino, e, prima di lui,  sant’Elia speleota, che vivevano da eremiti e abitavano le nostre grotte, e furono molti anche i monaci che dalla Calabria si spostarono, al seguito delle Crociate, in Terra santa.
Tra le testimonianze antiche sulla presenza di eremiti sul Monte Carmelo, troviamo anche quella di Giovanni Phocas, un soldato greco dell’isola di Creta, che divenuto monaco, si era recato in pellegrinaggio in Terra santa verso il 1175. Ci ha lasciato un racconto di questo suo viaggio nel quale, tra l’altro, scrive di aver visitato la grotta del profeta Elia, di aver visto i resti di una grande abitazione ormai disabitata. Racconta ancora che alcuni anni prima un monaco con i capelli bianchi, oriundo della Calabria, aveva abitato quei luoghi insieme ad altri fratelli dopo aver edificato una piccola costruzione.
Ci piace pensare che questi fratelli eremiti siano stati i primi carmelitani ad abitare in questi luoghi, ma molto probabilmente tra loro non c’è nessun rapporto se non che entrambi avevano abitato vicino la fonte del profeta Elia. Certo è che in quei luoghi era viva la memoria di Elia e di Eliseo, ed allora è facile pensare ad un legame ideale, simbolico tra i primi eremiti e quelli di provenienza occidentale, i cosidetti latini, che vissero in quei luoghi, isolati finchè il patriarca Alberto non li riunì, dando loro una formula vitae e ristrutturandoli in un unico collegium in una data imprecisa tra il 1206 e il 1214.
Prima di concludere questa prima parte, voglio leggervi cosa scrisse, a  proposito di questi fratelli eremiti, Giacomo da Vitry, che fu vescovo di Acri nella Tolemaide dal 1216 al 1228.
Nella sua Storia Orientale scrive:
Da ogni nazione che è sotto il cielo arrivavano in Terra Santa pellegrini votati a Dio, e uomini religiosi attratti dal profumo di questi Luoghi santi e venerabili.... Inoltre certi santi uomini, rinunciando al mondo, accesi dal fervore della vita religiosa, sceglievano i luoghi più adatti in cui abitare, secondo le preferenze e i desideri di ciascuno. Alcuni, attratti dall’esempio del Signore, sceglievano quella solitudine tanto desiderabile che si chiama “Quarantena”, lì dove il Signore Gesù digiunò per quaranta giorni dopo il Suo battesimo.. Altri invece, ad imitazione del santo anacoreta, il profeta Elia, preferivano condurre vita eremitica sul Monte Carmelo, vicino a quella fonte detta appunto di Elia...e qui in piccole celle simili ad alveari, come api del Signore, accumulavano il miele divino della dolcezza spirituale.......

 

IL CARISMA CARMELITANO ALLA LUCE DELLA “VITAE FORMULA” TRACCIATA DA SANT’ALBERTO

 La norma di vita, così come venne stilata da sant’Alberto di Gerusalemme e che prescriveva veglie notturne, digiuno e astinenza rigorosi, la pratica della povertà e del silenzio, non era ancora una Regola nel senso pieno e giuridico del termine, ma aveva lo scopo di raccogliere gli eremiti in un solo collegium riconosciuto dalla Chiesa e sottoposto ad un preciso ordinamento giuridico. Dopo il Concilio lateranense IV del 1215, che proibiva la fondazione di nuovi Ordini religiosi, gli eremiti cominciarono a richiedere lettere e bolle pontificie di approvazione, sottolineando che l’esistenza del gruppo era antecedente la proibizione del concilio.  Così, dopo varie peripezie, la norma di vita carmelitana venne ufficializzata ed approvata per la prima volta da Papa Onorio III, con la bolla Ut vivendi normam del 30 gennaio 1226. La bolla papale dava all’ordine dei fratelli eremiti del monte Carmelo riconoscimento ufficiale e dignità giuridica.
 Sfortunatamente non possediamo nessuna copia della stesura originaria della vitae formula, ma solo delle trascrizioni. La più antica la troviamo in un’antologia storica della  metà del XIV secolo, nella quale il frate carmelitano Felice Ribot, provinciale della provincia della Catalogna in Spagna, raccolse molti importanti documenti antichi dell’Ordine. Tra questi documenti vi è la cosiddetta Epistula Cyrilli( lettera di san Cirillo) nella quale è trascritto per intero il testo albertino. A seguito di studi linguistici, lo studio cioè dei termini, delle parole usate nel testo, e il confronto con altre fronti storiche, questa trascrizione ha molte probabilità di essere vicina e fedele all’originale albertino. Intanto, intorno al 1235, i monaci furono costretti ad abbandonare il monte Carmelo a causa dell’incursione dei saraceni, e ad emigrare in occidente, in Europa, (pensate che il primo monastero fu fondato a Messina) e da quel momento si sparsero per tutto il mondo occidentale.
Finalmente, nel 1247, si giunse ad ottenere da papa Innocenzo IV una vera e propria “Regula confirmata et bullata” che riconosceva i fratelli del Carmelo come vero e proprio ordine religioso, e che è quella alla quale si ispirano tutte le famiglie carmelitane.

 

 

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