mafomaMarisa Fotia Martino

Il flos Carmeli

 

 

glocaIl  "Flos Carmeli" appare nella prima Messa solenne della Madonna del Carmine del Messale pubblicato a Londra tra il13S7 e il 1393 e, in quella versione, viene attribuito a San Simone Stock di Aylesford (Inghilterra), priore dell'Ordine più di un secolo prima (1245-1266). E’ un inno che sottolinea gli aspetti principali del culto a Maria santissima, considerata il più bel fiore del Carmelo, viene invocata con il singolarissimo titolo di "Vergine Madre" e a Lei, "Stella del mare", i suoi figli si affidano per avere consiglio e conforto nelle vicende liete e tristi della vita. Otto strofe, undici titoli espliciti: "Fiore del Carmelo", "Vite che genera il fiore", "Splendore del cielo", "Vergine puerpera", "Madre mite", "Stella del mare", "Radice di ]esse", "Giglio tra le spine", "Armatura forte", "Madre dolce", "Signora del Carmelo", "Porta del Paradiso".

Fiore del Carmelo  Fiore del Carmelo, vite fiorente, splendore del cielo, Vergine puerpera unica. Sono questi i. primi quattro titoli mariani con i quali l'inno comincia a rivolgersi a Maria: "Fiore del Carmelo", "Vite fiorente", "Splendore del cielo", "unica Vergine puerpera". Attraverso il nome della montagna, il primo 'Fiore del Carmelo" è esplicitamente allusivo alla comunione speciale che i Carmelitani sanno di avere con Lei, fiore tra i fiori di quel monte. Il più bello che vi sia mai nato. i suoi figli, fiori anch'essi sbocciati tra  tra le  grotte dello stesso monte, s’inchinano le a Lei e le fanno corona. Aggiungendo, poi, il titolo di "Vite fiorente", il loro pensiero va alle parole del salmo 128, dove si legge che la sposa di chi teme Dio è come vite feconda nell’ 'intimità della sua casa e i suoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla sua mensa. La vite è Cristo e solo Lui, ma Maria ne è la Madre e, quindi, anch'ella vite feconda, madre benché vergine ('Vergine puerpera"), l'unica ("singularis") capace di partorire così, vergine e madre allo stesso tempo. E, soprattutto per questo, anche "Splendore del cielo". Di tutto il cielo, la cui luce illumina anche i pellegrini sulla terra.

Madre mite, Stella del mare Madre mite, che non conosce uomo, ai carmelitani sii favorevole, stella del mare. Dopo i titoli di gloria, ecco la prima richiesta di aiuto con quelli di "Madre mite" e di "Stella del mare". L’inno nasce, infatti, in tempi difficili per i Carmelitani che, trasferitisi in Occidente, trovano difficile farsi riconoscere una dignità propria come quella, per esempio, dei Francescani e dei Domenicani, ordini mendicanti indigeni, rispetto a loro, nati eremiti e oriundi dall'Oriente. Rioccupata dai musulmani tutta la Palestina, il loro esodo verso l'Europa era stato praticamente obbligato e totale, e qui dovevano adattarsi alla vita di città e organizzarsi come gli altri nuovi Ordini, nati per stare vicino alla gente. Per adeguare la loro Regola alla nuova situazione sociale, gli uomini del Carmelo si rivolgono a Papa Innocenza IV (1247), ma l'adattamento non fu facile, anche perché guardati con una certa diffidenza dagli altri Ordini timorosi di perdere terreno in loro favore. Mentre, tuttavia, l'Ordine rischia la soppressione, ecco emergere la figura di un superiore, Simone Stock, che avrebbe implorato l'intercessione di Maria a favore dei suoi figli e ne avrebbe ricevuto, come assicurazione, il dono dello scapolare. Al di là del atto che sia stato proprio lui o un altro a comporre il "flos Carmeli", il "carmelitis esto propitia " ai carmelitani sii favorevole, in  questa seconda strofa, si spiega soprattutto a partire  da questo minaccioso frangente. Infatti se ai Carmelitani è favorevole Maria "Mater mitis" e "Viri nescia", tutti gli altri lo saranno. Per la verità, esto propitia è un adattamento recente, poiché il testo originale recitava da privilegia "concedi privilegi". "Stella del Mare" è un titolo che viene da un inno, "Stella Maris", appunto, attribuito a Venanzio Fortunato(530- 609) o Paolo Diacono (720- 609) . Nella mente dei Carmelitani, tuttavia, questo appellativo richiama alla mente anche la nuvoletta che Elia vide, dal promontorio del Carmelo, sorgere dal mare ed annunciare la pioggia che segnava la fine della siccità ( I Re 18,44). Un richiamo che diverrebbe ancor più forte nell'ipotesi che, all'origine, questo titolo mariano non fosse "stella maris", ma "stilla maris", nel senso di "goccia del mare". Allo steso tempo, la "stella del mare" è anche una guida, la guida sicura di cui c'è bisogno nel generale disorientamento nei momenti tristi o lieti della vita.  Maria santissima, aveva detto  Sant’Ambrogio nella sua Esortazione alle Vergini, è maestra e signora di questo mondo, aiuta i credenti ad attraversarlo e a raggiungere la salvezza.  Maria sarebbe "stella del mare" in quanto il suo nome deriverebbe da M+'or (,'luce") e yam ("mare"). Un accostamento che suggerì a Luis Marie Grignon de Montfort di affermare che "Dio ha chiamato Mare tutte le acque radunate insieme, mentre ha chiamato Maria tutte le grazie radunate in Lei" (Trattato della vera elevazione, 23).

Radice di Jesse Radice di Jesse che fa germogliare il piccolo fiore, sopporta d'averci con te per sempre”. Un modo diverso di chiedere la stessa protezione, ma espressa con la tenerezza dei figli che vogliono restare sempre accanto alla loro madre celeste. Sapendo, tuttavia, di parlare addirittura con Colei che è la stessa "radice di Jesse" sulla quale è germinato il Messia, con "patiaris" (sopporta), sanno di chiederle una degnazione.  E’ una richiesta ,noi non ne siamo degni, ma siamo figli tuoi e, poiché Tu sei nostra madre, devi accoglierci. "Radice di Jesse", al pari del "germoglio che spunta dal tronco di Jesse", attribuito da Isaia al Messia (Is 11,1.10), qui viene esteso anche alla Madre, come accade più avanti con il titolo di "Vite feconda". Come risulta da 1Sm 16,1-13, Jesse è il padre di David e questi due titoli indicano che Dio, promettendo il Messia e inviando il suo stesso Figlio, resta fedele al suo popolo. Quanto all'estensione mariana del titolo nell 'inno, si deve ricordare che nel Medioevo, l'Albero di Jesse era scolpito sui portali d'ingresso di molte cattedrali e, nel Responsorio composto da Fulberto di Cbartres (960-1028), al sacerdote si cantava così: "TI tronco di Jesse ha prodotto un ramo, il ramo un fiore e su questo fiore si è posato lo Spirito divino", il coro rispondeva: "il ramo è la Vergine Madre di Dio, il. suo figlio il Fiore e, su questo Fiore, si è posato lo Spirito divino".  Un Responsorio che, nella sua Seconda Omelia sull'Avvento, San  Bernardo commenta con queste parole: "Il Fiore è il Figlio della Vergine, un fiore bianco e vermiglio, scelto tra mille; un fiore alla cui vista si allietano gli Angeli, e all'odore del quale riprendono vita i defunti". Un fiore dei campi che sboccia da solo senza l'aiuto dell'uomo. "Così il seno della Vergine, campo eternamente verde", continua Bernardo, "ha prodotto quel fiore divino la cui bellezza non si corrompe mai, e il cui splendore mai si oscurerà". Con questa stessa consapevolezza, si rivolgono a Lei i "fratelli del Monte Carmelo", chiamandola "Radice di Jesse che fa germogliare il piccolo fiore" e chiedendole di sopportare di tenerli con per sempre.

Giglio tra le spine  Tu che tra le spine cresci come un giglio. conserva pure le menti dei fragili, paladina! Ricordando le ostilità ostilità che l'Ordine dovette affrontare agli albori della sua storia in Occidente, l'immagine mariana che tiene desta la speranza è anche quella del "giglio" che cresce "tra le spine" e resta tale anche in quelle condizioni. Il Giglio delle valli è lo sposo che, nel Cantico dei Cantici dice di se stesso: «Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli», ma anche la sposa, per dichiarazione dello stesso sposo che, continuando, aggiunge: «Come il giglio fra i rovi, cosÌ l'amica mia tra le ragazze» (Cant 2,1-2). Il Cantico non mette tanto in risalto la situazione difficile del giglio, quanto la bellezza ed il fascino della sposa, rispetto ad ogni altra, un giglio tra rovi, ma nell'inno, l'inter spinis rimanda direttamente alle pene di Cristo con le quali sua Madre è intimamente solidale. Il titolo alla luce della  profezia di Simeone associa Maria alle sofferenze del Figlio. «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione», aveva detto il santo vecchio, «e anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc 2,34-35). L’inno canta questa purezza e, allo stesso tempo, l'implorazione a Colei che, pur tra mille difficoltà, è restata pura come un giglio sino alla fine, affinché conservi tali anche le menti dei suoi figli fragili "serva puras mentes fragilium".

Armatura forte Armatura forte dei combattenti, nell'infuriare delle guerre, offri la difesa dello scapolare”. Che la purezza richiesta nella strofa precedente non riguardi solo la sfera della castità, è chiaro da questa ulteriore e parallela domanda che volge sull'infuriare di battaglie e sulla necessaria difesa che i religiosi si attendono ancora da Maria, immaginata, in questo caso, come l'Armatura possente ("armatura fortis") dei suoi combattenti. La Regola dei carmelitani  raccomanda «l vostri fianchi siano cinti col cingolo della castità ed il vostro petto difeso da pensieri santi. Dovete indossare la corazza della giustizia, per poter amare il Signore, Dio vostro, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la forza e il vostro prossimo come voi stessi. Dovete sempre imbracciare lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del maligno. Sul capo vi porrete l'elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè la parola di Dio, sia abbondantemente nella vostra bocca e nei vostri cuori». I religiosi non cessano, tuttavia, di sentirsi fragili, come si confessano in questa strofa. Fragili, ma con una forte armatura o "protezione". Maria che, in concreto, ha offerto ed è pregata di continuare ad offrire la difesa "praesidium" dello scapolare. L’inno non richiama nessun altro simbolo mariano, ma un avvenimento che la tradizione continuerà a raccontare per i secoli, e che, al tempo in cui l'inno veniva composto, era una certezza. Mentre, infatti, gli eremiti del Carmelo, giunti in Occidente, vagavano malvisti e col pericolo che il loro Ordine fosse soppresso dalla stessa Chiesa, nel 1251 la Vergine sarebbe apparsa a san Simone Stock e, in segno di assicurazione, gli avrebbe consegnato il "suo" vestito, lo scapolare, vera corazza contro ogni avversario, con queste parole: «Ricevi, figlio dilettissimo, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fraterna amicizia, privilegio per te e per tutti i carmelitani» , gli avrebbe detto, infatti, in quella visione. 

Consiglio e Conforto  “Nelle incertezze, concedici un previdente consiglio, nelle avversità un costante conforto” Le richieste continuano pressanti anche in questa sesta ripresa e proseguiranno sino alla fine. I Carmelitani hanno lo scapolare della loro Madre e Sorella che li difenderà per sempre, ma sanno che questo non li dispensa dal dover decidere, comunitariamente e personalmente, ogni giorno, ogni settimana ed ogni anno, le scelte migliori e più consone alla loro vocazione originaria e in processo di adattamento continuo alle nuove circostanze. Per questo, insieme ad un conforto vicino "juge solatium" nei tempi difficili, chiedono anche un previdente consiglio ("prudens consilium") nei momenti in cui non vi è certezza, ma bisogna saper leggere  gli avvenimenti con lafede, come Maria, la quale, come annota l'evangelista Luca per ben due volte, pur non comprendendo tutto e subito, «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore » (Lc 2,19.51). Un vicino conforto, dunque, di questa Madre, ed un consiglio previdente.

Beata  “Madre dolce, Signora del Carmelo, riempi la tua gente ("plebem tuam") di quella letizia che ti fa beata”. Nelle ultime due strofe, come abbandonando questa terra con le sue preoccupazioni e dirigendo lo sguardo verso l'alto, si chiede  la gioia del cuore, quella che costituisce la beatitudine di Maria " laetitia qua bearis" quaggiù e la salvezza eterna presso di Lei in cielo , la letizia che fa beata Maria. Una beatitudine che non è altro che quella del Vangelo pronunciata da Elisabetta per Lei e da Gesù per noi, quando, tra la folla , una donna aveva gridato: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!» (Le 11,27) con la relativa risposta di Gesù: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Questo grido e questa risposta, infatti, nel Vangelo di Luca, riecheggiano l 'elogio di Elisabetta rivolto a Maria con queste parole: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Le 1,45). La grandezza personale di Maria, infatti, non scaturisce dalla sua maternità fisica, dovuta unicamente alla scelta dell'Alto, ma nell'aver ascoltato e accolto la sua parola e nell'averla praticata accanto al Figlio divino. Questo posto accanto a Gesù è, tuttavia, disponibile per tutti. Dipende solo dalla capacità di ascolto e di accoglienza della Parola che il carmelitano, secondo il dettato della sua Regola, è chiamato a meditare giorno e notte vigilante in preghiera. Un atteggiamento e una beatitudine che, essendo tipici di Maria, i suoi fratelli del Carmelo le chiedono con queste parole della settima strofa del loro inno: "Riempi la tua gente di quella letizia che ti fa beata"

Chiave e Porta del Paradiso  “ Chiave e porta del Paradiso ("Paradisi clavis et ianua"), fa' che siamo condotti dove tu, o Madre, di gloria sei coronata.” Amen. Come anticipato sopra, qui si tratta della salvezza eterna che i Carmelitani immaginano presso di Lei in cielo. Il posto è presso Gesù e con Lui presso il Padre, ma i fratelli della beata vergine Maria del Monte Carmelo, avendo da sempre vissuto con Lei, hanno sempre avuto la certezza di poterci andare, anche in cielo, in Sua compagnia. Riunitisi accanto alla sua cappella tra le grotte del Monte Carmelo, senza togliere nulla all'unico Salvatore, è Lei che essi vedono come "chiave" e "porta" di ingresso del paradiso, la portinaia del Paradiso. Che Dio sia uno solo e che uno solo sia «il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti » (1Tim 2,5-6), non elimina il fatto della maternità divina di Maria che, unendola al Figlio dal concepimento alla croce, l'associa definitivamente anche alla redenzione. Proprio ciò che esprime l'ultima strofa del "Flos Carmeli" che si conclude con questa richiesta: "Tu che sei la chiave e la porta del cielo, fa' che anche noi possiamo entrare laddove sei entrata tu come regina degli angeli e dei santi ". In pratica, ciò che le chiede ogni cristiano in ogni parte del mondo, quando recita l'Ave Maria e dice alla Vergine Madre: "Prega per noi, peccatori, ora e nell'ora della nostra morte".  

 

 

 

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