no fotoCettina Repaci

S. Alberto di Gerusalemme

 

 

 

albgerContinuando nel nostro studio sui primi eremiti del monte Carmelo, diciamo che il Carmelo nel tempo ha acquisito due elementi caratterizzanti della sua natura: il riferimento al profeta Elia e il legame fortissimo con la Vergine Maria.
 Il profeta Elia è stato maestro per i primi monaci perchè da lui hanno imparato a vivere la Parola nel profondo del cuore e ad esserne  testimoni nel mondo, (ricordate quante volte Elia nel nome del Signore, ha alzato la voce contro i potenti ed ha aiutato i deboli); il rapporto con la Vergine Maria li impegnava a vivere seguendo il suo esempio e stile di vita soprattutto nel rapporto col figlio Gesù.
Negli anni dunque tra la prima e la seconda crociata (siamo sempre nell’anno 1100.1200), sulle pendici di questo monte, alcuni pellegrini, forse ex crociati, si riuniscono, come già abbiamo detto, accanto alla sorgente d’acqua presso la quale si era stabilito tanti secoli prima il profeta Elia. Il loro intento è quello di vivere nell’ossequio di Cristo, in penitenza, in uno stile rigorosamente eremitico, in perfetto silenzio e solitudine, di meditazione e contemplazione. Essi hanno la possibilità di vedere e visitare il luogo in cui si diceva fossero vissuti i due profeti Elia ed Eliseo, il posto da dove Elia era stato rapito in cielo, le grotte che, secondo l’abate russo Daniele, erano state abitate dal profeta Elia. E’ facile pensare ad un legame simbolico tra i primissimi eremiti e questi di provenienza occidentale, cosiddetti latini e cristiani, giunti insieme alle Crociate.
Nei primi anni durante i quali si stanziarono sul Carmelo, questi ultimi non avevano naturalmente una regola di vita, non costituivano un collegium, cioè un istituto di vita consacrata nel senso moderno del termine, finchè, forse desiderosi di creare un’organizzazione che ne facilitasse il modo di vivere, secondo alcuni , si rivolsero al patriarca di Gerusalemme Alberto il quale li organizzò in un unicum collegium, dando loro una formula vitae , in una data imprecisa tra il 1206 e il 1214.
Cerchiamo adesso di conoscerlo un po’ meglio.
Alberto nasce  intorno al 1150 nei pressi di Vercelli dalla famiglia Avogadro come sostengono alcuni, o, più probabilmente, come sostengono altri, dai conti di Sabbioneta, una famiglia nobile  di una certa importanza.
Si formò spiritualmente presso i Canonici Regolari di S. Croce di Mortara presso Pavia, i quali basavano il loro ordine e la propria regola sui principi della regola agostiniana.
Trascorse gli anni giovanili nella frequenza comune con i fratelli del convento, nella preghiera, nel lavoro, nella penitenza e, soprattutto, nella meditazione della parola di Dio e dell’Eucarestia. Si distinse subito per la sua preparazione spirituale e per l’atteggiamento di servizio ai fratelli; fu nominato dapprima maestro formatore di giovani conventuali e a trent’anni divenne Priore della comunità locale col compito di dedicarsi alla cura delle anime e ai doveri parrocchiali.
Fu apprezzato al di fuori delle mura della canonica per la sua cultura giuridica e la capacità di dirimere controversie e beghe legali. Testimonianza della stima dei Pontefici, che gli affidarono spesso compiti di mediazione, fu la sua nomina a vescovo di Bobbio nel 1184 e successivamente, nella ben più importante sede di Vercelli nel 1185, dove rimase per vent’anni.
 E’ pervenuta fino a noi un’ampia documentazione, relativa a numerosi atti amministrativi da lui compiuti; il che dimostra come fosse presente e attento alle necessità della sua diocesi, nonostante sia il pontefice che l’imperatore lo chiamassero a svolgere numerosi impegni di portata nazionale e internazionale.
Le sue abili doti di diplomatico gli consentirono di mantenere un giusto rapporto con le due massime autorità del tempo, imperatore e pontefice, in un momento storico in cui le due importanti istituzioni spesso venivano in contrasto tra di loro, tentando l’una di prevaricare l’altra. Con la sua grande maestria, mantenne sempre un giusto equilibrio e la massima chiarezza negli interventi, facendosi interprete delle istanze del pontefice presso la corte imperiale; fu soprattutto abile nel comporre le controversie tra il papato e gli imperatori tedeschi e tra il papato e le città del nord Italia.  Per esempio fu mediatore tra Clemente III e Federico Barbarossa; il successore del Barbarossa, Enrico VI lo costituì per le sue capacità principe dell’impero. Fu validissimo nel mettere a buon frutto la sua esperienza di legislatore e consigliere, quando riuscì a rimettere in pace le due città di Parma e Piacenza, come aveva già fatto a Vercelli, tra Milano e Pavia; e tanti altri interventi importanti.
Fu grandemente stimato dal papa Innocenzo III che, nel 1205, lo nominò Patriarca di Gerusalemme e legato apostolico di tutta la provincia occidentale d’Oriente. Un incarico prestigioso e importantissimo. Giunse in Palestina all’inizio del 1206 ma, essendo Gerusalemme occupata dai Saraceni, fissò la sua sede ad Accon, oggi  S.Giovanni d’Acri.
La situazione politica e religiosa di questa regione era particolarmente grave e delicata (problemi tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, le Crociate stesse) e Alberto ricoprì un ruolo di particolare responsabilità, tanto da essere considerato come la persona più autorevole sia dal punto di vista morale che politico. Egli si adoperò a mediare tra il re di Cipro e quello di Gerusalemme, tra il re di Armenia e il conte di Tripoli, tra quest’ultimo e i Templari, e via dicendo. Come vedete un’attività intensa e proficua e non solo in campo squisitamente politico, ma anche religioso. Innocenzo III attribuì alla sua opera se la Terra santa non era finita tutta sotto il dominio dei Saraceni e gli manifestò il suo apprezzamento con diverse lettere; infine, nel 1213,  lo invitò a far parte del Concilio lateranense IV.
Non potè partecipare però al Concilio perchè lo raggiunse la morte per mano di un Maestro dell’Ospedale di Santo Spirito di Accon, una specie di direttore generale dei nostri tempi( forse con le stesse caratteristiche dei  manager moderni), licenziato da Alberto per la sua cattiva condotta morale si vendicò, assassinandolo, mentre si stava preparando per una processione. Era il 14 sett. 1214.
Di tutta l’attività apostolica e giuridica di Alberto a noi interessa naturalmente il rapporto che egli ebbe con gli eremiti latini che dimoravano presso la fonte di Elia sul monte Carmelo.
Questi col tempo, come abbiamo visto, avevano maturato l’idea di creare un progetto serio di sequela di Cristo, un propositum vitae, e pare siano stati essi stessi a chiedere al Patriarca di Gerusalemme Alberto, che, se ricordate, in quel periodo ricopriva le funzioni di Legato pontificio, di porre per iscritto per loro delle norme di vita basate appunto su un progetto che già avevano sperimentato e certo anche concordato. Sappiamo anzi che essi avevano già cominciato a riconoscere l’autorevolezza di un certo frate B. che li rappresentava tutti.
Il patriarca Alberto elaborò, sotto forma di lettera indirizzata proprio a questo frate B.(che poi la tradizione posteriore, nel sec. XIV, identificò con un tale monaco Brocadus), quella formula vitae, come egli stesso la chiamò, che diventerà poi la Regola dei frati carmelitani.
Vorrei farvi notare alcune peculiarità proprie della nostra regola. Negli istituti religiosi, quali che siano, basiliani, agostiniani, francescani, la Regola segna il momento in cui il carisma proprio di quell’ordine viene in qualche modo cristallizzato, formulato, depositato per iscritto, diciamo codificato, come le leggi dei codici,  affinchè le generazioni future possano essere garantite nella loro viva partecipazione allo stesso carisma. Voglio dire che, per esempio, noi oggi, a distanza di un millennio, siamo in grado, proprio perchè c’è una regola scritta, di adeguarci allo stile di vita dei primi carmelitani e di seguire le loro stesse orme e lo stesso stile di vita.
Di solito la regola viene scritta dal Fondatore dell’ Ordine, nel momento in cui questi si rende conto che l’esperienza originaria si va allargando, coinvolgendo collaboratori e discepoli e, per evitare che ognuno vada in libertà per la propria strada, si cerca di mettere dei punti fermi alle intenzioni originarie dell’ordine stesso. Scritta la regola, il fondatore di quest’ordine la offre ai suoi figli come una cosa santa, intoccabile, espressione stessa della volontà di Dio.
Nell’ordine carmelitano invece si è verificato il processo inverso; la regola, quella che verrà approvata dai Pontefici, è all’inizio una semplice norma di vita, scritta su un progetto che a sant’Alberto venne indicato dagli stessi eremiti.
 Così come le origini del carisma carmelitano non possono essere rintracciate in un fondatore, anche se da subito gli eremiti carmelitani ebbero come esempi luminosi per il loro cammino il profeta Elia e la Vergine Maria, ma piuttosto in un Luogo, il Carmelo, in cui lo stesso profeta visse e operò; carisma che si fonda sul più grande ed universale comandamento, quello cioè che chiede all’uomo la massima intimità possibile su questa terra col Signore suo Dio.
 Dice il monaco carmelitano Arnoldo Bostio, vissuto intorno alla fine del 1400,  che il Signore non sceglie la gente per il luogo, ma il luogo per la gente; e la bellezza del Carmelo è data dall’insieme delle persone sante e rinomate che hanno abitato questo luogo e lo hanno fatto diventare quello che è ancora oggi, il monte della contemplazione.
Sfortunatamente non possediamo nessuna copia della stesura originaria della formula vitae, ma solo delle trascrizioni che sono giunte a noi attraverso i secoli, molto probabilmente rimaneggiate. La più antica la troviamo in un’antologia storica della metà del XIV secolo, nella quale il frate carmelitano Felice Ribot, provinciale della provincia della Catalogna in Spagna dal 1379, raccolse molti importanti documenti antichi dell’Ordine. Tra questi documenti vi è la cosiddetta Epistula Cyrilli (lettera di S.Cirillo) nella quale è trascritto intero il testo albertino. A seguito di studi linguistici, lo studio cioè dei termini, delle parole usate nel testo, e il confronto con altre fonti storiche, si è giunti alla conclusione che questa trascrizione ha molte probabilità di essere vicina e fedele all’originale albertino.
 Non dobbiamo dimenticare, per comprendere in modo adeguato il valore spirituale e giuridico della formula vitae, il momento storico e religioso nel quale essa nasce e al quale abbiamo già accennato (mi riferisco alle contestazioni di alcuni stili di vita religiosa che sembrava aver dimenticato i valori iniziali di povertà evangelica e che spinse molti religiosi e laici ad allontanarsi dalla loro terra d’origine). Alberto tiene conto di queste realtà di vita vissuta, della specifica esperienza di questi eremiti, del loro progetto di vita. Di conseguenza tutta la Regola deve leggersi come un adattamento delle norme universali ad un gruppo particolare, con le sue esperienze e le sue esigenze. Essa in sostanza è il tentativo di narrare, mettendolo per iscritto, ciò che in parte era stato già vissuto e sperimentato, con la prospettiva di proporlo successivamente agli altri. Inoltre va evidenziato che nel testo albertino la parola “regola” non compare mai, mentre si parla di propositum, di un progetto di vita, formula vitae quindi, chiaro riferimento ad un modo di vivere semplice e facile da realizzare.
 In ogni caso, è stato fondamentale per l’Ordine carmelitano l’ intervento del patriarca Alberto  nella vita degli eremiti del Monte Carmelo, fondamentale e, quel che più conta, definitivo, pur se col passare dei secoli la regola da lui scritta ha subito alcuni, diciamo così, alleggerimenti, senza però che ne sia mai stata modificata la struttura originaria. La formula vitae è da ritenersi un testo molto importante per tutta la spiritualità medievale, poichè, anche se sant’Alberto ha da un lato codificato la tradizione monastica del Carmelo, dall’altro vi ha anche trasferito tratti caratteristici della sua anima. In essa è evidenziato l’invito ad una continua orazione, alla meditazione della parola di Dio, al silenzio interiore ed esteriore, al raccoglimento e al distacco che favoriscono il contatto con Dio, elementi propri del carisma del monaco carmelitano, ma anche un riflesso della vita e del pensiero di sant’Alberto. Ecco perchè, a distanza di 800 anni dalla sua morte, ancora oggi noi lo veneriamo come il fondatore e il legislatore della disciplina carmelitana.
Intorno al 1215, il Concilio Ecumenico Lateranense proibì la fondazione di nuovi ordini religiosi e gli eremiti del monte Carmelo cominciarono a richiedere  lettere e bolle pontificie di approvazione al loro gruppo, sostenendo che la loro esistenza era antecedente la proibizione conciliare.
La regola, che prescriveva veglie notturne, digiuni e astinenze rigorose, la pratica della povertà e del silenzio, venne approvata per la prima volta da Papa Onorio III, con la bolla Ut vivendi normam del 30 gennaio 1226.
 Intorno al 1235 i monaci furono costretti ad abbandonare il monte Carmelo a causa dell’incursione dei saraceni e ad emigrare in occidente, in Europa, (pensate che il primo monastero fu fondato a Messina) e da quel momento si sparsero per tutto il mondo.
Mentre era Generale dell’Ordine il frate inglese Simone Stock (che noi tutti conosciamo bene per essere stato il depositario dello scapolare da parte della Vergine Maria), l’Ordine ebbe una notevole diffusione: vennero fondati i primi monasteri a Cambridge, Oxford, Bologna, Parigi.
Nel 1247 finalmente papa Innocenzo IV, con la bolla Quae honorem conditoris omnium, riconobbe i fratelli del Carmelo come un vero e proprio ordine religioso e, senza rinnegare l’originale struttura eremitica, vi apportò alcuni adattamenti, una certa “forma di vita apostolica” simile a quella in uso allora tra gli ordini mendicanti. Questo vuol dire che il testo di sant’Alberto venne sottoposto a verifica e convalida, ma soprattutto, per incarico stesso del papa, vennero sciolti alcuni dubbi e, leggo tra virgolette, “corretto, dichiarato e in alcuni punti mitigato, ritrascritto il testo, parola per parola”.
Altri pontefici, prima di Innocenzo IV, si erano interessati delle norme di vita di questi fratelli eremiti; oltre che Onorio III, che vi ho già citato, Gregorio IX nel 1229, con la Bolla Ex officii nostri, apportò alcune precisazioni; per esempio, proibiva agli eremiti di possedere “rendite” (case, terreni,ecc.ecc.), era consentito solo avere degli asini, ma maschi, e un po’ di allevamento di animali. La cosa più interessante però è che era proibito eleggere un superiore che non fosse bene accetto dalla maggioranza o  dalla parte più sana della comunità.
Con l’intervento decisivo di Innocenzo IV viene dato riconoscimento giuridico di Regola alla formula vitae iniziale e i carmelitani acquistavano lo stato canonico di “regulares”, differenziandosi così dagli eremiti laici che vivevano in penitenza e con i quali fino a quel momento erano stati accomunati. Un altro intervento importante  papa Innocenzo IV lo compì con la bolla Paganorum incursus del 1246, nella quale egli raccomandava ai vescovi europei di accogliere benevolmente gli eremiti del Carmelo costretti dalle incursioni dei saraceni  ad abbandonare la terra della Palestina.
Da questo momento in poi, pur tra molte vicissitudini, divisioni, riforme e quant’altro, l’Ordine carmelitano continuò la sua diffusione e la sua crescita, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Ai frati si unirono alcune donne che diedero vita a vere e proprie comunità monastiche; risale al 1457 il primo santo carmelitano, Alberto degli Abati. Vi furono naturalmente diverse riforme che tentarono di mitigare il rigore della regola primitiva; ciò causò un certo rilassamento dei costumi ai quali si opposero energicamente varie riforme( ricordo quella di Mantova, quella di Albi). Importante fu poi la riforma di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila che determinarono l’origine dei Carmelitani scalzi che ebbero nel 1539 pieno riconoscimento da papa Clemente VIII, staccandosi dai carmelitani dell’antica osservanza, cosiddetti calzati.
Concludo questa carrellata ricordandovi che recentemente, nel 1987, sono nati gli eremiti della beata vergine del Monte Carmelo, che fanno parte dell’Ordine carmelitano, e che si propongono di rivivere l’austerità e lo stile contemplativo delle prime comunità carmelitane. Questi sono presenti negli Stati Uniti.
Accanto al primo Ordine, che è quello dei frati, vi ho già detto della nascita del secondo Ordine, quello delle monache, e  del terz’Ordine secolare, quello dei laici a cui apparteniamo noi.

 

 

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