fr. francesco m.Fr. Francesco M. Ciaccia

Venite e ascoltate

Da Vita carmelitana n. 4 del 2007

 

Mi piacerebbe iniziare questa condivisione, con un brano tratto dal profeta Geremia, sintesi, a mio parere, di come questo Dio-Amore abbia cambiato radicalmente la mia vita: «Mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger 20,7).

Anch'io come il profeta, in un giorno qualunque, affascinato dall'acer compreso la gratuità dell'amore divino, ne rimasi disarmato, vinto, sconvolgendo i piani e i progetti di un 29enne preso nelle sue vane preoccupazioni, alla continua ricerca di mete da porsi piuttosto che porsi in ascolto e guardare che cosa ne stesse faccendo della sua vita.

Per una strana combinazione di eventi, tutto tacque improvvisamente intortno a me, in quell9o che si rivelò un faticoso e redentivo inverno di inizio 2003. Niente amici, niente parenti né fratelli, nessuno. E se all'inizio imprecavo contro gli uomini e gli avvenimenti avversi, successivamente cominciai a concentrare tutte le mie energie nella carriera - svolgevo già da diversi anni, l'incarico di impiegato in un'importante impresa della mia città -. Tuttavia, col passare dei mesi, cominciai ad abituarmia quel sano e provvidenziale deserto, perché mi permise di tirare le somme sulla mia vita. E sebbene mi fossero chiari i successi e i traguardi raggiunti, tuttavia sentivo crescere in me uno strano senso di insoddisfazione. Avevo bisogno di ottenere di più, e ciò che mi serviva non apparteneva alla sfera mondana: avevo bisogno di pienezza, quella che è possibile solo a partire da Cristo. Ma ero ancora lontano da comprenderlo, e mai mi sarei immaginato cosa mi sarebbe accaduto da qualche tempo a quella parte. Perché è proprio vero quando si dice che Dio è silenzio, non solo perché in esso lo incontrai, ma perché opera silenziosamente nelle profondità delle anime. E mi si rivelò nel «mormorio di un venticello leggero» (1Re 19,13), impercettibile sì, ma che mi trovolse come la più potente tra le tempeste. Fu quello per me, il momento in cui inconsciamente mi affacciai a quel pozzo profondo che Dio ha lasciato nel cuore di ognuno di noi, e poiché egli ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, compresi che quel pozzo non poteva che essere colmato se non dal Padre che lo ha creato.

Così cominciai a volgermi verso Dio attraverso quella che santa Teresa di Gesù chiama la porta d'accesso al castello interiore: la preghiera. Inizialmente cominciai ad accostarmi ad essa in maniera superficiale, ma presto mi resi conto che qualcosa accadeva in me. Dice uno scrittore che a Dio «se ti avvicini solo un po' illumina e riscalda, e se ti avvicini ancora di più ti incendia» (I. Larrañaga, Il silenzio di Maria, p. 34), ed io iniziavo ad ardere di una strana sensazione di felicità e appagamento: era l'azione trasformante dell'orazione.

Nel sacramento della riconciliazione, poi, intesi che la mia vita non poteva più essere la stessa: lì stipulai il mio patto di continua conversione con Cristo. Quella fu la mia prima azione veramente libera e matura, dove presi tutta la mia vita tra le mani e, comprendendo come essa fosse il più grande dono che abbia mai ricevuto, la rimisi tra le mani di Cristo affinché modellandola come egli avesse voluto, potessi anch'io rendermi suo strumento.

In quel periodo cominciai a comprendere quante volte il Signore mi aveva chiamato già dall'infanzia: attravero le Scritture, celato tra gli eventi quotidiani e nascosto in persone che quotidianamente incontri e a cui neanche diedi la giusta importanza.

La vocazione in me nasce infatti come risposta a questo grande dono che mi fu concesso nella conversione, cioè il poter rinascere «dall'alto, nello Spirito» (Gv 3,3). E in realtà anche se molto è cambiato nella mia vita, diverse le cose cui dovetti rinunciare, a volte anche faticosamente, in verità scopro che il Signore mi ha donato il centuplo di ogni cosa che gli ho donato per amore, in un cammino di liberazione dalle proprie idolatrie. Persino quei voti religiosi che possono sembrare una grande rinuncia, in realtà si sono rivelati per me, dei veri e propri lacci che ancora più fortemente mi legano a Cristo, permettendomi di vivere come egli stesso visse durante la sua vita terrena: povero, casto e obbediente.

La mia esistenza con lui ha riacquistato il suo senso, insieme alla profonda gioia di sentirmi consacrato, vivendo un carisma che continua ad affascinarmi: quello ccarmelitano. Così, insieme alla comunità di fratelli, manifestazione del suo volto, mi pongo alla continua ricerca dell'Amato; in suo ascolto attraverso il profondo rapporto di amicizia data dall'orazione, e suo strumento, con ardore profetico e apostolico; nell'edificazione del Regno che inizia già qui sulla terra.